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04 Jul, 2005 @ 20:32 Europa e Stati Uniti (Società)

A quattro anni dalla mia maturità, ho deciso di svolgere uno dei temi proposti quest'anno:

Europa e Stati Uniti: due componenti fondamentali della civiltà occidentale. Illustra gli elementi comuni e gli elementi di diversità fra le due realtà geopolitiche, ricercandone le ragioni nei rispettivi percorsi storici.




E' evidente come l'Europa (un continente) e gli Stati Uniti d'America (una nazione), assieme, possano vantare un peso politico, sociale ed economico a cui tutti gli altri stati del mondo, messi assieme, possono soltanto aspirare.

Nonostante il potere di cui dispongono entrambe, il rapporto tra le due macro-regioni non è di tipo paritario. Al giorno d'oggi, infatti, le decisioni prese negli U.S.A. suonano al resto del mondo molto più irrevocabili e definitive di quelle prese dall'Unione Europea. Forse perché quest'ultima non ha mai veramente deciso, o comunque non l'ha fatto in tempi brevi.
Il Vecchio Continente, in questo, ha molto da imparare dal Nuovo, che, dopo battaglie interne anche violente, adesso è uno Stato unito (confederato), capace di prendere velocemente una posizione univoca nei confronti di una qualsiasi questione; dalla bocca del Presidente escono parole nelle quali, sulle cose che più stanno a cuore agli Americani, quasi tutti i cittadini riescono a riconoscersi. E a formare una sola voce possente che tuona sul resto del globo.

La vecchia Europa, invece, ha un'indole più riflessiva. Dover mettere d'accordo decine di stati può e deve richiedere del tempo, fa parte del processo democratico, campo in cui la gente del continente è maestra. Questo magari costa in termini di rapporti internazionali: diamo al resto del mondo e a noi stessi l'impressione di una Comunità debole, spesso incapace di prendere una direzione unica. Ma questa incapacità è frutto della nostra storia, per molti versi contrapposta a quella di una confederazione di Stati creata quasi dal nulla, spesso a tavolino e per questo con una limitatissima esperienza.

Ragionando in termini antropologici, dopo la comparsa dell'uomo (nel Continente Nero), le popolazioni si spostarono via terra in quello che oggi chiamiamo Medio e Vicino Oriente, e da lì in Europa. Da allora, cioè dai tempi delle prime colonizzazioni degne di questo nome di un territorio allora vergine, le identità culturali non hanno mai smesso di mescolarsi l'una con l'altra, i popoli di commerciare (e a volte anche darsele di santa ragione ).
Favoriti all'inizio da quell'eccellente canale di comunicazione e trasporto che è il bacino Mediterraneo, gruppi di persone si sono insediati prima in un posto e poi nell'altro, conoscendosi a vicenda, scambiandosi esperienze, e passando (ma non tutte insieme e non tutti allo stesso modo) attraverso il fulgido Impero Romano, il travagliato Medioevo, il luminoso Rinascimento e la complessa Rivoluzione Industriale; hanno così costruito la storia di un Continente.

A fronte di questo retaggio storico, non ci si può aspettare che gli Europei si sentano tutti concittadini: hanno, sì, dei modus pensandi e dei valori comuni, ma anche stili di vita, costumi, abitudini e tempi considerevolmente diversi tra loro. Siamo un popolo (oggi) pacato ed eterogeneo.

Gli Stati Uniti, al contrario, si sono formati su una terra quasi disabitata (e comunque i primi coloni hanno provveduto a togliere di mezzo i pochi abitanti –gli indiani- che hanno trovato) , e dopo la guerra d'Indipendenza dall'Europa, e quella ben più sanguinosa di Secessione, si sono ritrovati con un continente da colonizzare e una ricchezza di risorse da spartire tra pochi. Peraltro, quei pochi avevano tutti radici comuni, e provenivano tutti dalle stesse classi sociali (commercianti ed emarginati perlopiù). Han trovato nel Nuovo Continente la loro fortuna, e hanno lanciato il mito del Sogno Americano, secondo il quale niente è impossibile da realizzare in quel grande Paese. C'è da dire che avevano ben pochi ostacoli.
Il risultato è che oggi gli Americani sono un popolo, se non sempre unito, molto omogeneo.

La situazione attuale è piuttosto complessa. Da un lato, gli Americani hanno dovuto fare i conti, dopo un Settecento di sviluppo e un Ottocento altrettanto florido, con la grande crisi del 1929, la quale, pur avendo avuto ripercussioni su tutta l'economia mondiale, è stata pagata in prima persona dagli Americani stessi. Questi ultimi hanno visto svanire il Sogno Americano, e per la ricostruzione del loro Paese hanno attinto a piene mani da ciò che di meglio il progresso aveva da offrire. Hanno rialzato la testa, e nel giro di 25 anni sono riusciti a emergere sul resto del mondo, portando di fatto alla fine della Seconda Guerra Mondiale, imponendosi e arricchendosi. Questo fatto, secondo l'autore, ha portato a quello che oggi è il modo di risolvere le cose “tipico”, all'Americana: con le imposizioni di forza. C'è da dire che possono permetterselo: con un'economia forte (anche se oggi in flessione) e un consenso quasi plebiscitario del popolo al Governo, chi non ci riuscirebbe?

Dall'altra parte abbiamo un'Europa che, ripresasi a fatica da due Guerre Mondiali, sebbene persistano sporadici quanto sanguinosi conflitti locali, oggi può vantare una serenità sconosciuta al Nuovo Continente. Le decisioni prese in modo ragionato, in un clima così, portano dei concreti risultati, risultati di cui l'esempio più eclatante (dopo l'attuale Pace tra i paesi), è l'introduzione della Moneta Unica, l'Euro. Dopo un parto quindicinale, oggi l'Euro garantisce alla Comunità Europea una stabilità e una crescita economica costante, nonostante le difficoltà della Globalizzazione e le diverse culture presenti sul territorio.
Ma la strada da percorrere è ancora lunga, perché se è vero che l'UE può far vanto della propria economia, non si può dire altrettanto dell'omogeneità delle scelte a livello di politica (interna ed estera) degli stati membri.

Nonostante queste differenze, negli ultimi 50 anni i rapporti tra Europa e Stati Uniti sono stati abbastanza buoni, e lo sono tuttora: anche quando alcuni Stati Europei hanno contestato certe decisioni della Casa Bianca, non c'è mai stata un'ostilità aperta. Può darsi che tale scelta fosse dettata dalla necessità di mantenere, assieme, il potere acquisito, ma una decisione simile s'inquadrerebbe perfettamente nella nuova morale (che l'autore un po' disprezza) che l'attuale interdipendenza tra tutti gli Stati del mondo, volgarmente detta Globalizzazione, ha imposto.

Oggi Stati Uniti ed Europa sono i pilastri consolidati della civiltà occidentale. Ma quali sono i possibili sviluppi futuri?
Negli ultimi decenni si è assistito a uno sviluppo impressionante delle aree in via di sviluppo dell'Estremo Oriente, trainate dal Giappone (che ha compiuto un miracolo economico dopo i bombardamenti atomici del'agosto del '45), al punto che Stati come la Malesia, Taiwan, Hong-Kong, e in misura minore Pakistan e India, oggi possono vantare il predominio sulla produzione di molti beni di consumo, in larga parte alta tecnologia. Negli ultimi anni, poi, anche la Cina (che, è bene ricordarlo, da sola conta un quarto della popolazione mondiale) è molto cresciuta. E fa paura all'Occidente uno Stato così grande che, pur tenendo i suoi cittadini sotto lo scacco di un regime tiranno e despotico, non può frenare una crescita economica che un giorno non lontano porterà i poverissimi contadini cinesi ai livelli di benessere che conosciamo nell'Occidente (ma familiari già a Pechino).

Il modello di businness portato avanti dagli Stati Uniti e seguìto anche qui da noi non potrà competere a lungo con la new economy di queste zone: già oggi l'economia Statunitense è in flessione, le multinazionali hanno portato troppo in là dei modelli di comportamento capitalistici che già sapevano non avere la possibilità di durare in eterno; gli Americani hanno avuto un assaggio delle conseguenze l'11 settembre ma, fondamentalismo a parte, è la stessa popolazione occidentale che non può sopportare né sostenere ancora a lungo il suo stesso stile di vita.

A livello economico e politico saranno necessarie delle scelte coraggiose se vogliamo limitare i danni e non scadere in un conflitto che, oltre a mettere in ginocchio inutilmente per l'ennesima volta l'umanità, non abbiamo speranza di vincere. Europa e Stati Uniti dovranno dire addio al potere, o almeno mettere in conto di doverlo spartire anche con tutte le regioni dell'Estremo Oriente.
Lo sviluppo di queste zone è inarrestabile, e noi, oltre ad avere il buon senso di evitare di combatterlo, abbiamo il compito –non facile– di educare questi paesi a comportamenti che neanche noi oggi abbiamo la coscienza di tenere.

Dobbiamo sbrigarci ad inventare un modello di economia sostenibile, che non sia di sfruttamento, né che derivi da imposizioni economiche. Dobbiamo impegnarci a trovare un modo per frenare gli scempi che l'umanità sta infliggendo al suo Pianeta, già oggi se ne vedono gli effetti sul clima. Noi che possiamo, dobbiamo salvaguardare l'ecosistema da noi stessi (le indicazioni sono nel Protocollo di Kyoto, che purtroppo non tutti hanno sottoscritto e pochissimi seguono) , sopperendo coi nostri sacrifici agli sforzi che la natura sostiene per permettere ai paesi in via di sviluppo di raggiungere il benessere.

L'Occidente DEVE assumersi queste responsabilità.

O così, o il disastro nel giro di poche generazioni.

Infine, una speranza: non è detto che tutti assieme, mondo Occidentale e mondo Orientale, non trovino di comune accordo la forza per tirare fuori dall'incubo i paesi del terzo e quarto mondo, cioè Africa e Sud America.

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